Da qui passano i Venti

  1. Da Qui Passano i Venti
  2. Un Ricordo di Te
  3. Il Canto
  4. A Ludovico
  5. Di Danze e di Castelli
  6. Poi Ti Dirò
  7. Salto a Sud
  8. Obsesso
  9. Piove
  10. Mentre Ti Guardo
  11. Voci
  12. Sulla Via del Ritorno

Edizioni: Dodicilune Records

Autore: Diego Morga – pianoforte, musiche e arrangiamenti

Artisti ospiti: Sergio Rubini (voce recitante), Ferruccio Spinetti (contrabbasso), Emanuela Lioy (violino), Roberto Ottaviano (sax soprano), Pippo D’Ambrosio (percussione).

“Da Qui Passano i Venti” è il secondo lavoro discografico del pianista e compositore Diego Morga. 12 tracce, 12 temi “immaginifici”, per quasi 60 minuti di musica tutta originale ed inedita. Le musiche contenute in questo album sono state scelte fra altre concepite e composte dall’autore in un arco di tempo di circa 4 anni, durante i quali il compositore lavora a stretto contatto con l’universo della danza, classica e contemporanea, e dei cortometraggi scrivendo musica per coreografie e per cortometraggi. 12 tracce quasi tutte di piano solo tranne che per la n.5 e la n.10 in cui compare il violino di Emanuela Lioy, la n.7 in cui si ascolta il meraviglioso contrabbasso di Ferruccio Spinetti, e la n.3 in cui si ascoltano Sergio Rubini, voce recitante, a declamare “Posso scrivere i versi” di P. Neruda, il sax soprano di Roberto Ottaviano, la percussione di Pippo D’Ambrosio ed un quartetto d’archi.

Diego Morga sfugge alle facili classificazioni. Ama il jazz ma non lo suona praticamente più; frequenta personaggi eccentrici come il cantautore Angelo Ruggiero, scrive per la danza e il teatro, coltiva l’arte dell’improvvisazione ma ammira alcuni compositori post-minimalisti (da Nyman a Wim Mertens). Insomma, un musicista che va ascoltato senza pregiudizi. “Da qui passano i venti” è un lavoro maturo: le dodici tracce che lo compongono, tutte composizioni originali e tutte molto “scritte”, sono altrettanti temi per film immaginari, ambienti sonori che rimandano all’idea della musique d’ameublement ma non se ne fanno intrappolare. Il pianoforte è il centro di tutto, ma non mancano qui e là i contributi di altre voci strumentali: il contrabbasso di Ferruccio Spinetti, il violino di Emanuela Lioy. In “Il canto” la scena si popola inaspettatamente: ecco la voce recitante di Sergio Rubini, che declama alcuni versi d’amore perduto di Neruda, il sax soprano di Roberto Ottaviano che si produce in un solo estremamente lirico, e ancora le percussioni di Pippo Ark D’Ambrosio e un quartetto d’archi al completo. Poi c’è un brano di solo piano, “A Ludovico”, che fa pensare (correttamente) a Einaudi. Ma non si tratta di un plagio o di una ruffianata; piuttosto, una lettera aperta dagli intenti sottilmente polemici. La musica non parla. Ma a volte è più eloquente di molte parole”.

Fabrizio Versienti  (Corriere del Mezzogiorno)

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